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34 Risposte

  1. Ho provato a iscrivermi al forum come mi ha consigliato Arianna ma mi succede una cosa strana:mi compare una pagina in ci si dice che il mio nick è già utilizzato da un altro utente…ne ho provati tantissimi ma dice sempre la stessa cosa…

  2. idem…

  3. Ho registrato tutte e due, tra breve dovreste ricevere una mail con le pass, se avete problemi fatemi sapere.

  4. Andavano solo convalidati…
    maggie.forum e anto.forum giusto?
    Nick convalidati…ora potete postare senza problemi

  5. in realtà le ho iscritte io con le loro mail di iscrizione al blog, me le pass le arrivano per posta giusto?

  6. Ma che carine che siete state, grazie! adesso vado sulla email a vedere un pò se mi è arrivata la pass

  7. stasera ferrara sarà a Catania la mia città vi prego accorrete numerose.\.i in p.zza verga alle 20 all’hotel excelsior

  8. Purtroppo Nicola…io non potrò esserci…sai, sono di Roma..CONSIGLIO ( altresi’ detto “perla di saggezza): moderazione. Niente scaglio di oggetti, pomodori, mele marce..altrimenti si passa dalla parte dei “carnefici integralisti” e questo non fà bene e nessuno. A gridargliene gridategliene quante vi pare (fatelo anche per me per favore) ma evitare magari il lancio di oggetti….

  9. Per tutti gli amanti degli animali…( come me :-) )
    Il 12 Aprile ( che se non erro dovrebbe essere questo Sabato) si svolgerà un presidio contro la vivisezione dalle ore 9.00 alle ore 13.00 a Largo F.Vito ( di fronte l’ingresso dell’università cattolica Sacro Cuore Policlinico Gemelli) a Roma.
    L’università cattolica del Sacro Cuore di Roma si è contraddistinta come e molte piu’ di altre università italiane per esperimenti crudeli, inutili, nei confronti degli animali.
    Venite in tanti e fate sentire la vostra voce per chi non può urlare il proprio dolore! ( e poi ci vengono a parlare di rispetto per la vita…la vita non è solo dell’uomo, le altre forme di vita meritano ugual rispetto almeno nella non sofferenza di determinati processi)
    Per info:INFO@BLOCCOANIMALISTA.ORG
    3289256874

  10. Ragazzi ma per sabato 7 giugno..Il Gay Pride..si è deciso niente? Un bacio

  11. smartmob settimofischio

    performance-mob/smartmob
    Roma / Milano / Torino

    non prendiamo fischi per fiaschi
    non ce ne infischiamo
    percui lanciamo l’allarme: fischiando
    libero dissenso libera espressione
    libera informazione per un paese libero

    http://settimofischio.blogspot.com

    vuoi partecipare, iscriverti, aiutare, collaborare
    fischiare, esprimerti, organizzare nella tua città

    settimofischio@gmail.com

    stay tuned

  12. Sarà a breve proclamata la beatificazione di Rosetta Franzi, emblema di “mitezza e dociltà”.

    “Rosetta Franzi, nata a Crova (Vercelli) nel 1902, insegnante elementare, ha manifestato la sua santità soprattutto nell’amore al marito e ai tre figli. Molto religiosa e caritatevole con i poveri, da ragazza aveva curato l’asilo di Crova e insegnava privatamente a uomini e donne che non erano andati a scuola; da giovane sposa e mamma a Tronzano, partecipava all’Azione cattolica ed era catechista parrocchiale. Come sposa, nei sei anni di matrimonio, si è consacrata totalmente al servizio della vita con numerose gravidanze. Con papà Giovanni volevano tanti figli: ha dato alla luce Piero (1929), Francesco (1930) e Mario (1931); poi due aborti spontanei.”

    Fonte:”Servizio diocesano per la pastorale giovanile”( nella sezione “FAMIGLIA!”, che ha l’arduo compito di spiegare ai nostri bambini cosa sia la famiglia ma, soprattutto, quale, tra le tante, sia quella GIUSTA e SANTA voluta da nostro Signore Gesù).

    La povera Rosetta Franzi è morta il 26 ottobre del 1934 nel dare alla luce l’ennesimo figlio, frutto di una gravidanza gemellare a rischio ( e naturalmente portata avanti).

  13. ……..che ha l’arduo compito di spiegare ai nostri bambini cosa sia la famiglia……….brrrr.
    credo che questo compito spetti ai genitori, non con le parole,ma con l’amore ed ii buon esempio.
    l’unica famiglia giusta è quella che ognuno vuole x se,e se si riesce ad averla è contento anche Gesu’. fidati.
    ciao

  14. Infatti è una cosa raccapricciante. Poi ci lamentiamo di “ritorno del fascismo” con gente che và in giro a menare sprangate a gay e quant altro esca dai suoi limitati orizzonti….e ci credo! Guarda cosa gli inculcano a sti ragazzini!

  15. non ti capisco scusa,cosa è raccapricciante?

  16. E’ raccapricciante il fatto che si instillino a dei minori delle idee precostituite riguardo argomenti cosi’ importanti, come lo è quello della famiglia. Se tu inculchi ad un bambino che la povera Rosetta Franzi è stata una santa per aver dedicato la sua vita a partorire figli e ad osannare un marito è quasi logico che il bambino incomincerà a pensare che la famiglie giuste sono quelle costituite in questo modo. Il piccolo bambino, quando domani sarà adulto come credi regairà davanti ad una coppia gay, ad una coppia di fatto, ad una mamma single PER SCELTA ?Te lo dico io: il piccolo bambino che ha ricevuto la lezioncina della santità di Rosetta Franzi, è lo stesso grande adulto che non vota al referendum per la fecondazione assistita, che definisce i gay “soggetti incostituzionali” quando và bene, “froci di merda” quando và male, che accalca piazza san Pietro ogni domenica per sentire le parole di un individuo che, più che parlare da un balcone, dovrebbe parlare dalle patrie galere visti i processi per occultamento di reati connessi alla pedofilia che ha a suo carico. E’ lo stesso povero piccolo adulto che affolla i family day non sapendo neanche lui perchè stà li’ e quale spina nel culo del mondo sia in realtà la famiglia tradizionale.
    Questo intendevo, Guerrieri, con “raccapricciante”. Un bacio

  17. un bacio anche a te,scusa ma ti avevo frainteso.
    sono naturalmente super d’accordo con quello che hai scritto. che ne pensi di axteismo?
    ciao

  18. Infatti l’avevo percepito che mi avevi frainteso.. :-)
    E che ne penso…penso che sarà un convegno meraviglioso a cui quasi sicuramente non riuscirò a partecipare visto il posto in cui si farà…Invidio davvero chi potrà andarci, visto che questi temi sono davvero interessantissimi. L’hai letto l’ultimo libro di Augias “Inchiesta sul cristianesimo;come si costruisce una religione”?Mamma mia, è meraviglioso. Il pensare di assistere per ben due giorni a tanti esperti che si confrontano riguardo questa tematica mi attira non poco….

  19. Vi posto il messaggio di solidarietà di Gino Strada (il fondatore di Emergency) ai cittadini di Vicenza che si oppongono alla costruzione della nuova base militare.

    Cari amici, alla sensibilità di Emergency l’imposizione di una struttura militare risulta impensabile: perché è un’imposizione e soprattutto per la ragione elementare e decisiva che si tratta di una struttura destinata alla guerra.
    Nel caso di Vicenza, non c’è spazio nemmeno per le ipocrite metafore che il ricorso alle armi sia destinato a difendere la pace: una menzogna cui si contrappone la verità delle morti e delle sofferenze che la cronaca quotidiana ci fa conoscere dall’Afganistan e dall’Iraq.
    Queste notizie di ogni giorno, non fantasiose eventualità future e remote, rivelano la natura, il senso e lo scopo di un insediamento militare.
    Il rispetto per ogni persona non può tradursi nell’apprezzamento per ogni scelta.
    Voi vi opponete – noi insieme ci opponiamo – a decisioni di presidenti e ministri che, assumendo il loro incarico, hanno giurato di essere fedeli al «ripudio della guerra» che sta alla base della nostra convivenza.
    Dove risieda la legittimità e la legalità in questo caso non è possibile dubitare.
    Per parte nostra, non abbiamo bisogno di giuramenti pubblici e solenni.
    Sentiremmo di tradire la nostra lealtà agli impegni di cittadini se consentissimo a violare la Costituzione.
    Più ancora, tradiremmo noi stessi, le nostre convinzioni e la nostra umanità se non ci opponessimo ad azioni e situazioni che favoriscono la guerra.
    Un insediamento militare, anche nei momenti in cui non fosse soggetto attivo di azioni di violenza, com’è invece nella sua natura, sarebbe in ogni caso una costante operazione di incultura e di inciviltà.
    Violare la storia e l’arte di una città non sarebbe soltanto una profanazione del passato e del presente: sarebbe un’ipoteca negativa sul futuro, una soppressione di speranza.
    Il rifiuto che da lungo tempo Vicenza e con essa moltissimi italiani oppongono a questa “invasione armata” non nasce certo da qualche appartenenza a qualche schieramento partitico e politico.
    Il «no» alla base militare al Dal Molin è un «no» alla guerra, alla sopraffazione e alla violenza.
    Non siamo nemici di uno Stato «straniero» o di un’alleanza.
    Non conosciamo un’umanità distinta o divisa in stranieri, nemici o alleati.
    Conosciamo e riconosciamo l’umanità come unica, unita e fraterna.
    Non ci coinvolge la rivendicazione astratta di identità nazionale o territoriale.
    Nel difendere Vicenza ci sentiamo cittadini del mondo, che vogliamo proteggere dalla distruzione.
    La fedeltà e l’attaccamento che esprimiamo non sono destinati a un luogo, ma sono rivolti all’amicizia e alla pace, all’umanità di oggi e al suo futuro.

    di Gino Strada

    (fonte. Micromega)

    http://it.youtube.com/watch?v=9OY7-HOhZF8

  20. Ratzinger e la pedofilia

    di Jamie Doward

    Nel maggio del 2001, il Cardinal Joseph Ratzinger, attuale Papa Benedetto XVI, inviò una lettera confidenziale a tutti i vescovi cattolici per proteggere la Chiesa nascondendo gli abusi sessuali sui bambini. Tali abusi dovevano rimanere segreti fino a 10 anni dopo che le vittime avessero raggiunto l’età adulta. Chi avesse violato il segreto sarebbe stato punito anche con la scomunica.

    Ecco l’articolo del Guardian:

    Pope “obstructed” sex abuse inquiry.
    Confidential letter reveals Ratzinger ordered bishops to keep allegations secret.

    Jamie Doward, religious affairs correspondent
    Sunday April 24, 2005
    The Observer

    (traduzione in italiano)

    Il papa ha ‘occultato’ l’inchiesta sugli abusi sessuali
    di Jamie Doward

    Una lettera confidenziale rivela che Joseph Ratzinger ordinò ai vescovi di non svelare gli abusi sessuali su minori perpetrati da ecclesiastici.

    Papa Benedetto XVI ha dovuto recentemente far fronte alle dichiarazioni che lo accusano di aver “ostacolato la giustizia”, in riferimento alla sua volontà di mantenere segreta l’inchiesta interna della Chiesa cattolica sullo scandalo degli abusi sessuali su minori.

    L’ordine venne impartito tramite l’invio di una lettera segreta – di cui l’Observer è entrato in possesso – inviata nel maggio del 2001 ad ogni vescovo della Chiesa cattolica.

    Nella lettera si affermava come la Chiesa dovesse riservarsi il diritto di non rendere pubbliche le proprie indagini per fino a 10 anni dal momento in cui le vittime degli abusi avessero raggiunto l’età adulta. La lettera portava la firma del cardinale Joseph Ratzinger, il successore di Giovanni Paolo II.

    I legali delle vittime hanno dichiarato che questa iniziativa aveva un duplice obiettivo: evitare che le ipotesi di reato diventassero di pubblico dominio e impedire che gli organi di polizia ne venissero a conoscenza. Gli avvocati accusano Ratzinger di aver commesso una chiara azione di ostacolo al normale corso della giustizia.

    La lettera, che menzionava il compimento di ‘peccati molto gravi’, fu inviata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio vaticano di fatto erede della Santa Inquisizione, per lungo tempo diretto da Ratzinger. Veniva chiaramente illustrata la posizione della Chiesa in merito a diverse questioni, dalla celebrazione del sacramento dell’eucarestia non da parte di cattolici alle molestie sessuali perpetrate da clericali nei confronti di minorenni.

    La lettera di Ratzinger affermava che in questi casi la Chiesa poteva legittimamente rivendicare una propria autonoma giurisdizione.

    La lettera affermava che la ‘giurisdizione’ della Chiesa doveva avere inizio dal giorno in cui il minore avesse compiuto i 18 anni d’età e, inoltre, per i successivi 10 anni.

    Essa prevedeva come i resoconti delle ‘indagini preliminari’ su ogni singolo caso di abuso dovessero essere inviate all’ufficio di cui Ratzinger era a capo, il quale si riservava l’opzione di riferirne a speciali tribunali privati, al cui interno le cariche di giudice, pubblico ministero, notaio e rappresentante legale venivano ricoperte esclusivamente da ecclesiastici.

    ‘Situazioni di questo tipo sono coperte dal segreto pontificio’, concludeva la lettera di Ratzinger. L’infrazione del segreto pontificio in qualsiasi momento del periodo dei dieci anni di giurisdizione della Chiesa veniva intesa come una grave azione, perseguibile anche attraverso la minaccia di scomunica.

    Della lettera di Ratzinger si è fatto riferimento in una causa avviata contro una chiesa del Texas all’inizio di quest’anno, a difesa di due giovani vittime di abusi. I legali hanno accusato Ratzinger di aver cospirato per ostacolare il corso della giustizia.

    Daniel Shea, il legale delle due vittime che ha divulgato la lettera, ha affermato: “La lettera si commenta da sola. Bisognerebbe chiedersi: perché mai il segreto sulle indagini deve rimanere così a lungo? È un’ostruzione al normale corso della giustizia”.

    Padre John Beal, professore di diritto canonico all’Università Cattolica degli Usa, nel corso della propria deposizione l’otto aprile dell’anno scorso, ha riferito sotto giuramento all’avvocato Shea come la lettera ampliasse i poteri di giurisdizione e di controllo della Chiesa sui crimini sessuali perpetrati da ecclesiastici.

    La lettera di Ratzinger era stata co-firmata dall’arcivescovo Tarcisio Bertone, il quale due anni fa rilasciò un’intervista nella quale accennava alla contrarietà della Chiesa nel consentire a soggetti esterni di indagare sui presunti abusi sessuali perpetrati. “Secondo il mio punto di vista, la richiesta secondo cui un vescovo debba essere obbligato a denunciare agli organi di polizia gli atti di pedofilia commessi da un prete è completamente infondata” disse Bertone.

    L’avvocato Shea ha contestato l’ordine secondo il quale i presunti casi di pedofilia debbano essere giudicati solo da tribunali segreti. “Essi impongono procedure di riservatezza. Se le agenzie di investigazione scoprono il caso, possono occuparsene. Ma non si può indagare su un caso se non lo si scopre mai. Se si impone di mantenere il riserbo prima per diciotto anni e poi per altri dieci, i responsabili la faranno franca”, ha aggiunto.

    Un portavoce dell’ufficio stampa del Vaticano ha rifiutato di commentare ciò che è stato detto sul contenuto della lettera. “Non trattandosi di un documento pubblico, non è possibile parlarne” ha detto.

    Ciliegina sulla torta:
    http://it.youtube.com/watch?v=O0_a7g1XegM

    Buon fine settimana a tutti

  21. Guerrieri, se me lo vuoi postare come hai fatto con l’altro mi fai un piacere visto che io non lo so fare… :-)

  22. margherita,non hai in alto della pagina di tuttifuori una striscia grigia dove c’è: il mio account, bacheca,new post?
    se si devi mettere li i post,se non hai la strscia devi fare login su wordpress.com.
    giusto ary?

  23. Lettera aperta al portiere del Milan Abbiati

    L’outing ipocrita del calciatore fascista
    di Emilio Carnevali

    Caro Christian,
    mi permetto di rivolgermi a te con il “tu”, dal momento che abbiamo quasi la stessa età (tu sei del ‘77 ed io del ’79).
    Leggo una tua intervista rilasciata a Sport Week (supplemento della Gazzetta) in cui dichiari la tua fede negli ideali del fascismo, ultimo di una lunga serie di calciatori che condividono le tue stesse simpatie politiche.
    Hai poi detto che eri sicuro che la cosa avrebbe provocato scalpore ma non ti volevi tirare indietro nel manifestare il tuo pensiero e le tue opinioni. A me francamente non hanno sorpreso più di tanto le tue dichiarazioni.
    In effetti non vedo perché, nell’Italia di oggi e nel calcio di oggi, ragazzi ricchi oltre ogni limite del decoro sociale e ignoranti oltre il limite della umana decenza, cresciuti in un ambiente di esasperato agonismo, ottuso maschilismo, rigida gerarchizzazione delle relazioni, razzismo sfrontatamente ostentato, dovrebbero pensarla diversamente.
    E non mi riferisco qui all’ambiente del calcio che conta, la cui patinata vacuità in un certo senso riesce a tenere a freno, grazie al sapiente lavoro della laicizzazione mercantile, le esuberanze più compromettenti e vistose. Mi riferisco a quel mondo delle giovanili (in cui anche tu sarai cresciuto) e del dilettantismo, ai campetti di periferia, cantati da De Gregori e descritti dalle meravigliose pagine di scrittori come Osvaldo Soriano. In realtà quei campetti di una umanità gioiosa, scanzonata e solidale, sono qui da noi – oggi – solo una suggestione letteraria. Non parlo per sentito dire, avendo girato centinaia di campi e campetti della periferia romana nella mia lunga e non fortunatissima carriera di ruvido terzino destro di una squadra di infima divisione (pur se di discreta caratura a livello giovanile). Chi parla di un calcio corrotto dagli interessi economici e dal circo mediatico che ci ruota attorno – comprese le curve neofasciste con la loro arcaicizzante lotta contro il “calcio moderno”, spesso guardata con simpatia a sinistra per le sue venature anticapitaliste – forse non ha mai sentito le grida di quei padri (e tantissime madri) indiavolati ai bordi di quei campetti ad imprecare contro i figli – degli altri, ma soprattutto propri, per qualche errore di appoggio o di disimpegno – o non ha mai assistito alle devastanti risse che quasi immancabilmente si scatenano dopo decisioni controverse di arbitri-eroi che non so quale fanatismo religioso, quale irresistibile pulsione al martirio spinge fino a quelle lande desolate. Ti risparmio, caro Christian, perché ne sarai esperto, di raccontarti cosa succede – e cosa viene gridato dagli spalti e dalla panchina – quando l’arbitro ha la malaugurata idea di essere di sesso femminile. Chi pratica il calcio dilettantistico sa che nessuno sport – a parte i combattimenti clandestini dei cani, da cui però sono esclusi i padroni – è più gratuitamente violento di questo.
    Detto ciò, veniamo dunque al motivo della mia irritazione nel leggere la tua intervista. Non sono tanto le tue prevedibili simpatie fasciste a darmi molto fastidio; sono cresciuto in una scuola costellata di celtiche, bomberini ghiaccio, saluti romani e tutto l’armamentario della gioventù romana di ultima generazione e sono abbastanza smaliziato su queste cose. Quello che mi irrita davvero è la trita liturgia di dichiarazione sul perché sei e siete fascisti: “La capacità di assicurare l’ordine, garantendo la sicurezza dei cittadini” e baggianate di questo genere. Nella vostra ottusa, crassa, ma per nulla innocente ignoranza, riducete sempre il fascismo a una grande organizzazione nazionale per il decoro urbano, a una sorta di braccio politico della polizia municipale. Come se uno dicesse che è comunista perché le metropolitane di Mosca erano splendide o liberale perché nell’Inghilterra della signora Thatcher le cabine del telefono erano efficientissime.
    E poi, immancabilmente, per far vedere il vostro critico distacco da alcune, casuali, degenerazioni, prendete le distanze dalle leggi razziali e dall’alleanza con Hitler. Come se si trattasse di cose accidentali, congiunturali, che nulla avevano a che fare con lo spirito originario di un partito nato per costruire quattro palazzi all’Eur e far arrivare puntuali i treni. Come se si potesse dire: “Io ho grande ammirazione per l’Unione Filatelica Italiana, ma certo non ho condiviso quando hanno organizzato quel vergognoso raduno di collezionisti di francobolli”.
    Mai uno che almeno si prenda la responsabilità delle sue idee, che onori quel “menefrego” fascista dicendo quello che pensa, quello che veramente pensate. Quel che pensate – giustamente e coerentemente dal vostro punto di vista, come direbbe il nostro ministro della Difesa – lo sappiamo bene noi che leggiamo queste patetiche interviste e lo sapete bene pure voi, caro Christian. Lo sai bene anche tu, che dalle foto del settimane scattate nel tuo soggiorno di eccezionale cafonaggine (tavolo di cristallo con attorno sei sedie… tigrate!) mostri orgoglioso le tue braccia coperte di insulsi tatuaggi. Lo sapete bene, ma mai nessuno che abbia il coraggio di dire: “Ebbene sì, sono fascista, mi stanno sul cazzo i negri, mi piace il Duce, i suoi ideali maschi di forza, di giovinezza, di comando, contro gli intellettualini mezzi froci e comunisti che danno lezioni su camere a gas, campi rom e altre stronzate del genere”. Invece no; siete li tutti a negare e a dire “ma figurarsi”. Come Buffon quando disse che non sapeva che “Boia chi molla” fosse un motto fascista, come Aquilani che disse che i cimeli in casa sua erano regali di uno zio ma lui non ci capiva nulla di politica, come Di Canio che disse che il suo non era un saluto romano ma un saluto alla curva col braccio poi equivocato dai giornalisti. Manco come fascisti siete buoni.

    Fonte: Micromega

  24. Ciao guerrieri! Guarda, la striscia grigia non ce l’ho e stò cercando questo wordpress ma non lo trovo…Guarda sono una frana col pc

  25. 7 OTTOBRE, ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ANNA POLITKOVSKAJA: PER NON DIMENTICARE

    Il 7 ottobre del 2006 Anna Politkovskaja è stata uccisa a Mosca. Era una giornalista che faceva con coerenza il proprio mestiere. Che raccontava semplicemente quello che vedeva. Ma questo nella Russia di Putin si paga con la vita. In suo omaggio e per non dimenticare il suo sacrificio per la libertà e la democrazia, pubblichiamo la trascrizione di un incontro tenutosi al Festival della letteratura di Mantova nel 2005 pubblicato su MicroMega 1/2007.

    Paolo Flores d’Arcais: Anna Politkovskaja è la giornalista russa più famosa nel mondo. È non solo una grande giornalista ma, come ciascuno di noi può constatare leggendo i suoi libri, è molto più che una giornalista. È una sociologa, un’antropologa, è una delle rare persone che oggi ci stanno raccontando e analizzando quel paese/continente che è la Russia. Si potrebbe anche dire, ovviamente, che Anna Politkovskaja è una giornalista molto coraggiosa, ma sono sicuro che lei respingerebbe questo aggettivo e ci risponderebbe che fa la giornalista e nulla più, fa quello che è normale per un giornalista: raccontare ciò che accade davvero, rispettare i fatti, cercare di approfondirli.
    E certamente è così, solo che oggi in Russia, nella Russia di Putin, fare normale giornalismo è un’eccezione, è un atto di coraggio, talvolta di straordinario coraggio. L’ultimo libro di Anna Politkovskaja, La Russia di Putin, proprio in una delle pagine finali ricorda un esponente politico, Viktor Cerepkov, che è stato fatto saltare in aria, e un giornalista, Paul Klebnikov, che, per aver raccontato la Russia degli oligarchi, la Russia di Putin, la Russia della corruzione, la Russia della illegalità, è stato ucciso. Ecco, questo problema, e cioè che per fare normalmente alcuni mestieri, come il giornalista (ma anche come il magistrato) oggi in Russia sia necessaria una buona dose di eroismo, è uno dei fili conduttori delle analisi sociologico-giornalistiche di Anna Politkovskaja. Su questo tema saremo costretti a tornare più volte.
    Ecco dunque perché è mia ferma convinzione che il giornalismo di Anna Politkovskaja sia un contributo a quelle che in Occidente chiamiamo scienze umane, e non solo al giornalismo. O se vogliamo sia un giornalismo d’avanguardia, nel senso preciso di un giornalismo del futuro, perché dobbiamo riconoscere che non solo questo giornalismo è raro e necessita di coraggio e di eroismo in Russia, è ormai rarissimo anche in Occidente. È il giornalismo di chi non guarda in faccia nessuno. È il giornalismo di chi, partendo da un fatto, talvolta da un fatto marginale, segue come in una grande indagine, o come in un drammatico giallo, tutti gli aspetti, tutti i fili che si dipartono da questo fatto e scava negli intrecci del potere.
    Oggi in Russia, ogni tot anni, si svolgono elezioni con un tasso più o meno alto di brogli, e forse per questo (per questa parvenza di democrazia) noi non prestiamo più alla Russia di Putin l’attenzione che dedicavamo per esempio alla Russia di Brezˇnev. Eppure la Russia di Putin, per la democrazia, non è meno pericolosa di quello che fosse la Russia di Brezˇnev, l’Urss. Oggi di nuovo il potere in Russia è il potere della nomenklatura, come lo si definiva un tempo. Questa nomenklatura, che ai tempi di Breznev era semplicemente la nomenklatura di partito, del partito unico, del Pcus, oggi è la nomenklatura dell’entourage di Putin, quindi è la nomenklatura dell’apparato di potere politico, semplicemente allargata. Allargata alla nomenklatura mafiosa, allargata a qualche settore della nomenklatura religiosa, della Chiesa ortodossa, integrata con i grandi affaristi che dominano un mercato che non è un mercato, un mercato che via via ha estromesso (e nel libro di Anna Politkovskaja ci sono tante vicende particolari che lo testimoniano e raccontano) quell’iniziale, potenziale ceto medio imprenditoriale che è stato sacrificato a vantaggio di nuovi grandi gruppi, in mano appunto all’alleanza politico-mafiosa.
    Siamo perciò di fronte a un paese che ha privatizzato l’economia e che ha abolito il monopolio del Partito Unico e che però non ha un mercato, cioè la possibilità davvero di intraprendere, secondo delle regole uguali per tutti, e meno che mai ha democrazia.
    Vorrei perciò cominciare ad approfondire questi temi con Anna Politkovskaja, partendo da uno dei suoi tanti reportage. È un reportage straordinario, anche se racconta solo un episodio. Un episodio come sicuramente ne sono avvenuti tantissimi. Un episodio legato alla guerra in Cecenia, un episodio in cui un militare delle truppe russe di occupazione ha violentato e ucciso una donna cecena che era accusata di essere una terrorista, anzi semplicemente sospettata di essere una fiancheggiatrice dei terroristi. In una guerra sporca come la guerra in Cecenia sicuramente casi del genere sono all’ordine del giorno. Ce ne sono stati tantissimi.
    Perché questo caso diventa emblematico? Perché, paradossalmente, è un caso in cui alla fine viene fatta (eccezionalmente) giustizia. Accade, cioè, che un colonnello, quindi un alto ufficiale dell’esercito russo, per di più pluridecorato, viene condannato a dieci anni di carcere.
    Si potrebbe dire: è stata fatta giustizia. E per questo rallegrarsi. Del resto dovremmo riconoscere che anche da noi in Occidente tante volte è accaduto che militari in scenari di guerra abbiamo compiuto cose egualmente efferate e che non vengano mai processati (se non eccezionalmente, appunto). Quindi una storia di questo genere potrebbe essere utilizzata per dire, con un certo ottimismo: sì, la Russia di Putin è piena di difetti, è piena di contraddizioni, però vedete che alla fine giustizia è fatta perché un colonnello, un alto ufficiale pluridecorato, appoggiato ovviamente dall’esercito, dagli alti gradi, appoggiato in larga misura dall’opinione pubblica russa fortemente nazionalista, e quindi da gran parte dei mass media, alla fine viene condannato. E condannato a dieci anni, che non è una piccola pena.
    Eppure Anna Politkovskaja racconta tutta questa storia, giustamente secondo me, proprio per dimostrare che quello che sembra un risultato di giustizia è invece, per le modalità in cui si arriva alla condanna, il prodotto di alcune circostanze eccezionali, che semmai fanno ancora più risaltare come il sistema nelle sue strutture, nella Russia di Putin, sia marcio.
    Anna Politkovskaja ricostruisce infatti come questa condanna nasca dal semplice mutare nel tempo degli interessi che muovono Putin, in relazione soprattutto alla politica internazionale, e dal singolare convergere di due fattori: un momento particolarissimo, nel quale Putin ha un interesse speciale a dimostrare all’Occidente che certi delitti (perpetrati anche in situazioni di guerra) in Russia non restano impuniti (benché in realtà gli autori di tali crimini se la passino sempre liscia), e la tenace ma certo non ordinaria volontà di un magistrato, che appunto è disposto eroicamente a rischiare pur di fare quello che dovrebbe essere normale in uno Stato di diritto.
    Questo reportage, questo racconto, ci dice perfettamente il tipo di giornalismo che è praticato da Anna Politkovskaja. Un giornalismo che prende sul serio alcuni doveri etici e che non si accontenta di apparenti lieti fini, un giornalismo che va a scavare dietro i fatti anche quando sembrano essere lusinghieri per l’establishment.
    Questa storia, che ho appena accennato e che chiedo ad Anna di raccontare in dettaglio, può essere l’introduzione più chiara, benché drammatica, a che cos’è oggi la cosiddetta democrazia russa nel regime di Putin.

    Anna Politkovskaja: Innanzitutto buongiorno e molte grazie per essere venuti a questo incontro in questa splendida domenica, disposti ad ascoltare qualcosa non tanto solare come la giornata che vi attende fuori dalla sala. Grazie anche per le straordinarie parole che sono state dette all’inizio e con le quali, naturalmente, non sono d’accordo. In effetti, mi reputo una giornalista, forse anche una fanatica del giornalismo; e ritengo, per questo, semplicemente di svolgere il mio dovere e di lavorare di conseguenza.
    Il caso Budanov è effettivamente una storia d’importanza cruciale per il mio paese. Il colonnello carrista Budanov compì il delitto di cui parleremo nello stesso giorno in cui Putin venne eletto per la prima volta alla presidenza del paese. Come spesso accade in guerra, il delitto fu compiuto perché quel giorno numerosi ufficiali del reggimento avevano bevuto. Avevano festeggiato l’elezione di Putin e il compleanno della figlia di Budanov. Quando il colonnello era ormai molto ubriaco, gli venne voglia di una donna. Scelse allora la ragazza più carina nella prima casa che capitò. La ragazza fu avvolta in una coperta e portata nella tenda del colonnello. Dopo averla violentata, il colonnello la soffocò.
    Si tratta proprio di una banalissima storia di guerra. Ma ciò che ebbe inizio dopo riguarda ormai la politica.
    Quando si capì in che modo era stata festeggiata la salita al trono di Putin, i militari di stanza in Cecenia cominciarono a sostenere che la ragazza era una combattente, che apparteneva alle forze dei separatisti e che pertanto il colonnello aveva agito in conformità al diritto. Dobbiamo a due generali, che all’epoca si trovavano in Cecenia, e che non ritennero quel comportamento degno di un ufficiale, se si è potuto istruire il processo. Questi due generali permisero che fossero raccolte tutte le necessarie prove primarie di colpevolezza del colonnello. Su migliaia di altri casi simili – e in guerra queste cose accadono di continuo – non è mai stata neppure avviata una qualche indagine. Solo grazie a questi due generali il caso approdò quanto meno in tribunale. Subito, però, il ministero della Difesa, molto vicino al Cremlino, si mise all’opera nel tentativo di discolpare il colonnello e di reintegrarlo nei suoi ranghi di ufficiale russo. Nel processo si cercò di addossare la colpa alla povera ragazza, accusandola di far parte della resistenza cecena. Il procuratore insisté su questo punto per oltre un anno e mezzo. Budanov, da parte sua, sostenne che il suo scopo era far confessare alla ragazza dove si trovasse la base del gruppo di guerriglieri a cui apparteneva. Le organizzazioni di difesa dei diritti umani furono, per questo caso, molto attive. Si appellarono a Human Rights Watch, ad Amnesty International. A loro volta, queste organizzazioni si appellarono ai governi occidentali affinché impedissero che il colonnello fosse prosciolto, come si poteva prevedere ormai dall’andamento del processo.
    E qui avvenne un vero e proprio miracolo. La Bundestag tedesca e il ministro degli Esteri Fischer si rivolsero direttamente a Schröder. In quel momento il processo si stava dibattendo a Rostov sul Don, nel sud della Russia. In uno dei loro incontri Schröder ammonì Putin facendogli presente che la comunità internazionale non avrebbe mai accettato il proscioglimento di un violentatore e assassino. Putin fece allora marcia indietro. Venne sostituito il procuratore. Il nuovo procuratore dichiarò subito il colonnello colpevole. Venne sostituito anche il giudice, che cominciò a condurre il dibattimento in favore della vittima. Così, molto velocemente, si pervenne a un verdetto di colpevolezza. Si è trattato però solo di una recita, dovuta al fatto che Putin non voleva sentirsi a disagio nei confronti di Schröder, con cui desiderava mantenere rapporti amichevoli. Lo stesso Budanov finì per essere solo un fantoccio in tutta questa vicenda assolutamente politica.
    Quello del colonnello Budanov è rimasto l’unico caso di ufficiale punito severamente per aver compiuto un delitto. Nel corso degli ultimi due anni c’è stato un altro caso analogo: l’indagine su un gruppo di ufficiali della direzione dei servizi segreti militari, comandati da un certo Ulman, che, sempre in Cecenia, avevano ucciso sei civili e poi ne aveva bruciato i corpi. I militari «credevano» – credevano soltanto! – che quelle persone fossero dei guerriglieri, sebbene si trattasse di vecchi e di donne. La sentenza del tribunale ha riconosciuto che sì, i civili erano stati uccisi e bruciati, ma non ha ammesso la colpevolezza degli imputati in quanto costoro non avrebbero fatto altro che compiere il loro dovere. Ci si domanda, allora, in cosa consista questo «dovere»: tra gli uccisi c’era il direttore di una scuola, il suo vice, un guardiaboschi, una donna incinta con altri otto figli a casa da accudire. Che «dovere» è? È un concetto molto importante. Anch’io ho detto all’inizio, esattamente come quel gruppo di ufficiali, di non compiere altro che il mio dovere di giornalista. Il problema è che nella Russia di oggi assistiamo alla coesistenza di due verità, che tra loro non si sfiorano neppure. La prima è quella della gente che vorrebbe vivere come ai tempi dell’Unione Sovietica, mettendosi al servizio dell’ideologia e non della legge; sono persone che negano le leggi pur di essere al servizio di qualche ideologia politica di nuova invenzione. In questo ritengono consista il loro dovere. C’è poi un’altra parte della popolazione, che concepisce il dovere nel senso di osservare onestamente quanto avviene nel paese, agendo in modo tale che la legge stia al di sopra di tutto, permettendo così il prevalere dei principî democratici.

    Flores d’Arcais: Lei ha già introdotto due temi essenziali che ci riguardano tutti, anche in Occidente: il tema della legalità e il tema della guerra. E un terzo tema cruciale per le democrazie, quello delle reazioni, o dell’assenza di reazioni, da parte dell’opinione pubblica di fronte all’illegalità in generale e a quella particolarmente mostruosa nei tempi di guerra.
    Vorrei perciò farle una serie di domande.
    La prima: la guerra in Cecenia, che appunto dà luogo a un’infinità di casi drammatici – lei ci ha ricordato che in Cecenia violentare e uccidere è all’ordine del giorno, non ci si fa neppure caso, non si arriva neanche in tribunale – è una guerra piena di orrori. Di questa guerra però in Occidente si parla pochissimo, questa guerra in Occidente non provoca né emozione né scandalo perché sostanzialmente, per quel poco che se ne parla, è passata l’idea che il separatismo ceceno è talmente infiltrato dal rischio di terrorismo e di fondamentalismo islamico, che difendere i diritti del popolo ceceno significherebbe, direttamente o indirettamente, dare un vantaggio al terrorismo internazionale.
    Vorrei perciò, anche se sinteticamente, che lei ci spiegasse gli elementi essenziali sulla vera natura della guerra russa in Cecenia, perché questa idea che contro il terrorismo internazionale si può usare qualsiasi mezzo purtroppo non è un’idea solo di Putin, è un’idea diffusa anche in altri paesi a noi più vicini. Ecco perché dico che è un tema di cui sappiamo pochissimo ma che ci riguarda da vicino molto più di quanto non immaginiamo.

    Politkovskaja: La seconda guerra cecena è cominciata nel 1999. La si può considerare come una rivalsa da parte delle truppe federali per essere state costrette a firmare la pace che aveva posto fine alla prima guerra cecena, nel 1996. A quell’epoca, in Cecenia, la vita della gente era molto penosa, perché effettivamente esistevano numerosi gruppi di banditi e di fanatici religiosi. All’epoca, molte persone con le quali parlai, mi dissero che la guerra sarebbe probabilmente durata poco e che, una volta ripristinata la legalità, la vita sarebbe migliorata per tutti. Alcune persone mettevano in relazione la guerra con la risoluzione dei problemi interni. Ma i metodi applicati dall’esercito federale sono stati tali da non lasciare scelta: hanno colpito chiunque, indipendentemente dalle opinioni, indipendentemente dalla legge. Hanno ucciso sulla base dell’esclusivo «diritto» di avere un’arma in mano. Nel 2001 Putin ha dato corso alla cosiddetta cecenizzazione del conflitto, che altro non è che la sobillazione della guerra civile in Cecenia. Il senso di ciò è: più si ammazzano fra di loro, meno moriranno i nostri. Da quel momento, proprio dal 2001, viviamo in un clima di continui attentati terroristici. Il terreno fertile che alimenta costantemente la voglia di linciaggio della gente – e un atto terroristico è un linciaggio – è l’assenza totale della legalità in Cecenia come, ormai, in tutta l’area delle adiacenti repubbliche caucasiche settentrionali, l’Inguscezia, il Daghestan, la Cabardino-Balkaria e la Karacˇaevo-Cˇerkassia. La politica ha fatto sì che si sia creata realmente una attività clandestina musulmana, non necessariamente fondamentalista o radicale, ma semplicemente musulmana. Questa stessa politica ha permesso, poi, la nascita di quel fenomeno detto «protestantesimo musulmano», animato da muftì ufficiali legati al Cremlino, non amati da larghi strati della popolazione e che costituiscono effettivamente un fenomeno molto pericoloso. L’evoluzione verificatasi negli ultimi anni nel Caucaso settentrionale ha molto poco a che fare con ciò che si usa chiamare al-Qaida: è qualcosa che abbiamo creato noi stessi e che produce il terrorismo interno. Putin va in giro a dire che questa gente vuole instaurare uno Stato islamico unitario, un califfato; ma nessun terrorista ha mai avanzato una simile rivendicazione. Ciò che chiedono, invece, è di porre fine alla guerra.
    Si consideri solo questa concatenazione di fatti. Settembre 2004: nella scuola di Beslan viene introdotta un’enorme quantità di armi dai terroristi. Si tratta di un vero e proprio arsenale. Ma da dove avevano preso i terroristi tutte queste armi? Le avevano forse comprate con i soldi avuti da al-Qaida? No. È stato appurato che erano state portate dall’Inguscezia, dove le avevano prese dagli arsenali del ministero degli Interni locale, dopo averli assaliti e svuotati nella notte tra il 21 e il 22 giugno 2004. A rendere possibile l’assalto è stato l’aiuto offerto ai terroristi da parte dei poliziotti dell’Inguscezia. Anche in questa Repubblica, infatti, gli umori antifederali sono molto diffusi. E questo vuol dire che c’erano già le premesse sociali per l’azione terroristica.

    Flores d’Arcais: Utilizzare la provocazione poliziesca, utilizzare il terrorismo a scopi interni, utilizzare il bisogno di sicurezza, il sentimento nazionalistico e anche sciovinistico per rafforzare un potere di governo, è una tecnica ben nota. E nella Russia di Putin credo che in questo momento venga utilizzata a piene mani. Ma io vorrei capire qualche cosa di più di questo potere di Putin, della struttura istituzionale e anche sociale del suo regime. Come lei sa, noi abbiamo un primo ministro, Silvio Berlusconi, che ama moltissimo Putin, che dichiara una grande amicizia con lui anche sul piano personale, che lo invita nelle sue ville, che viene invitato da Putin nelle sue dacie, tra i due sembra proprio quindi che ci sia un feeling che va molto oltre l’alleanza politica. Il che già dovrebbe apparire paradossale, visto che il nostro primo ministro non fa altro che parlare del pericolo comunista e che in fondo Putin è l’unico capo di governo europeo che come credenziali del suo passato, ha solo quelle di essere stato un alto ufficiale del Kgb, quindi un alto ufficiale dei servizi segreti comunisti.
    Ecco un bel paradosso: un primo ministro ferocemente anticomunista e che a parole si fa paladino del capitalismo e quindi della concorrenza di mercato la più spinta, un liberale, come si proclama ad ogni occasione, proprio in nome del liberismo e dell’anticomunismo ma che al tempo stesso sbandiera questa singolare amicizia, questa vera e propria «corrispondenza di amorosi sensi» nei confronti di Putin. Tutto questo fa sorgere inevitabilmente una domanda: ma allora, questo governo di Putin, in che misura è davvero un governo liberista, che vuole la libertà di mercato, e in che misura è davvero un governo che ha rotto col passato del comunismo e sta portando la Russia nella democrazia? Io so che rivolte a lei queste sono domande retoriche, ma raccontarle dall’interno, raccontare che cosa ci sia ancora di brezneviano, e che cosa ci sia poi di mafioso (e di completamente estraneo a una logica di mercato concorrenziale) nella vita politica e in quella economica della Russia di Putin, credo che sia per noi molto importante.

    Politkovskaja: Non so su cosa si basi la grande amicizia esistente tra Putin e Berlusconi. So solo che i mass media ufficiali russi ripetono continuamente che Berlusconi è il maggior avvocato europeo di Putin nella sfera di quelli che contano e che hanno potere. Ma la posizione di Putin sull’Unione Sovietica non è naturalmente quella che lei ha descritto a proposito di Berlusconi. Più volte, soprattutto nel corso dell’ultimo anno, Putin ha dichiarato di considerare come una tragedia personale il crollo dell’Unione Sovietica e del suo sistema. Ma se, per certi aspetti, la sua politica ricalca lo stile sovietico, come ad esempio quando rafforza i servizi segreti, per altri, come nella politica sociale, se ne discosta in modo netto. Contrariamente a quanto avveniva in epoca sovietica, infatti, la politica di Putin è del tutto antisociale. È una politica che dice alla gente di allontanarsi dallo Stato, di pagarsi le cure mediche coi propri soldi, che l’istruzione è solo per le famiglie ricche. I poveri devono essere estromessi dall’assistenza sanitaria e da un’istruzione decente. Dal 1° gennaio è entrata in vigore la legge 122, che è di grande importanza per noi. In virtù di questa legge si è ridotta ancora di più la partecipazione dello Stato alla politica sociale in favore dei propri cittadini, soprattutto della parte più povera della popolazione, che nel nostro paese rappresenta un terzo dei cittadini. Putin è a favore del capitalismo, e in questo è senza dubbio simile a Berlusconi; ma il suo è un capitalismo oligarchico, burocratico: i ricchi da noi non sono più quelli che riuscirono a creare la propria ricchezza ai tempi disonesti di Eltsin. I ricchi di oggi siedono, per così dire, sul fiume delle risorse di bilancio. Gli oligarchi più ricchi sono i funzionari statali, e tanto più alto è il loro grado tanto più sono ricchi. Il sistema funziona così: i vice di Putin, i vice del capo dell’amministrazione presidenziale (questa è la definizione precisa della loro carica) si prendono cura dei flussi finanziari delle risorse di bilancio migliori dal punto di vista della convenienza economica. Quindi: i soldi del petrolio, del complesso militare-industriale, delle materie prime come alluminio e nichel, dell’industria metallurgica. Ovunque ci siano dei profitti, lì c’è la curatela assolutamente legale dei vice dell’amministrazione presidenziale, che è come dire dei presidenti dei consigli di amministrazione di quell’enorme quantità di holding sorte negli ultimi anni che controllano questi importanti flussi finanziari. Nelle località esotiche dove trascorrono le vacanze i super ricchi per la prima volta quest’anno si potevano incontrare non quelli che da noi chiamiamo i «nuovi russi», ma i «nuovissimi russi», vale a dire i funzionari di alto livello. Ciò che contraddistingue il capitalismo di Putin è la sua natura burocratica, oligarchica, antisociale, antidemocratica. Nel corso dell’ultimo anno è stata radicalmente modificata la legislazione elettorale e abbiamo perduto la maggior parte di quei diritti che avevamo conquistato con il crollo dell’Unione Sovietica e la salita al potere di Eltsin. Nel capitalismo in versione Putin, il ruolo di primo violino spetta agli ex appartenenti ai servizi segreti, cioè al Kgb che oggi si chiama Fsb. Tutti i nostri grandi burocrati, i nostri maggiori funzionari, hanno lavorato in passato nello stesso sistema di Putin. Egli si fida solo di loro e quindi solo loro possono ricoprire le maggiori cariche statali.

    Flores d’Arcais: Io purtroppo potrò farle pochissime altre domande e poi naturalmente anche il pubblico avrà spazio per rivolgergliene altre, e quindi purtroppo potremo toccare pochissimi dei tanti temi che invece dai suoi interventi vengono in mente. Più avanti le chiederò qualcosa sulle basi sociali del consenso a Putin, perché il regime di Putin, che potremmo definire in termini di politologia un populismo antidemocratico, antiliberale, si basa certamente sulla repressione, si basa certamente sulla corruzione, si basa certamente sulla paura, ma si basa altrettanto certamente sulla capacità di generare consenso presso vasti strati popolari.
    Ma prima di toccare quell’argomento cruciale, mi interesserebbe che lei, giornalista, ci dicesse qualcosa sulla situazione dei media in Russia, perché il tasso di pluralismo dei mass media è uno degli indici più sicuri della democrazia liberale e delle libertà di cui gode un paese. Tenga conto che noi in Italia ormai non ci scandalizziamo più di nulla, perché fino a qualche anno fa avremmo considerato, in accordo con un comune sentire e un comune standard europei, un paese che disponga di un certo numero di reti televisive (un numero che per motivi tecnici è sempre molto limitato, di solito sei o sette), e nel quale una singola persona potesse possederne più di una (o forse più del 49 per cento di una sola), un paese in cui vige, più che l’oligopolio, una situazione di monopolio.
    Questo standard europeo in Italia, ormai, anche nelle nostre coscienze, lo abbiamo perso: ci siamo abituati a standard molto diversi e molto meno impegnativi. Tuttavia, poiché quando si parla di liberalismo, prima ancora che di democrazia, il pluralismo dei media è l’elemento cruciale, le chiedo di descriverci qual è la situazione nella Russia di Putin. Io ricordo che ai tempi di Brezˇnev i miei amici dissidenti dicevano che era molto facile sapere quello che succedeva in Russia: bastava leggere la Pravda, ma non ciò che nella Pravda era scritto, bensì quello che non era scritto, tra una riga e l’altra, e in questo modo si sarebbe riuscito a capire cosa stava accadendo. Oggi in Russia ci sono numerose testate giornalistiche, ci sono numerose reti televisive e relativi telegiornali. Qual è il grado di pluralismo, cioè di effettiva diversità tra queste fonti di informazione e quale è invece il grado di, potremmo chiamarlo, pensiero unico, o informazione unica?

    Politkovskaja: Le opinioni come sempre sono tante, ma il problema è dove esprimerle. Nel nostro paese oggi non esiste alcuna televisione indipendente, non esiste alcun talkshow indipendente dove i politici possano discutere dei problemi più importanti. L’ultimo talkshow politico è stato interrotto all’incirca un anno fa, si chiamava Libertà di parola. Putin ha detto di non vederne l’utilità visto che vi si raccoglievano solo i politici falliti. Adesso è stato ripreso e viene trasmesso a Kiev, in Ucraina. Da noi esiste, oltre a un numero assolutamente limitato di quotidiani che non segue la linea ufficiale, una sola stazione radio indipendente al 50 per cento, dove di tanto in tanto si riesce a discutere in diretta di quanto avviene nel paese. Io lavoro nel giornale di opposizione più democratico, che già da tempo è stato dichiarato ufficialmente un nemico del regime di Putin. Tale dichiarazione è stata fatta da uno dei vice capo dell’amministrazione presidenziale che è responsabile della politica interna.
    I motivi per i quali siamo stati dichiarati dei nemici sono tanti: il fatto di avere chiesto, insieme agli abitanti di Beslan, un’inchiesta indipendente sull’attacco terroristico e di starne conducendo anche una nostra; il fatto di aver appoggiato la protesta popolare contro la legge 122; l’esserci fermamente espressi contro la distruzione della Jukos – un’enorme industria petrolifera che finanziava parte dei partiti di opposizione e un importantissimo istituto della società civile come quello delle organizzazioni di difesa dei diritti della popolazione; abbiamo poi sostenuto coerentemente, nel corso degli ultimi sei anni, una posizione contraria ai metodi impiegati in Cecenia, spiegando che l’esplosione del terrorismo nel paese, compresa la tragedia di Beslan, è una conseguenza diretta di quanto accade in Cecenia; abbiamo inoltre condotto inchieste sulla corruzione diffusa a causa delle quali due nostri giornalisti sono stati uccisi. Nessun altro giornale ha subito perdite tanto gravi; uno di questi colleghi è stato ucciso vicino alla propria abitazione, un altro è stato avvelenato. Questa è la libertà di parola, secondo Putin.

    Flores d’Arcais: Quando ho esordito dicendo che ciò che dovrebbe essere normale in un paese di ordinaria libertà, cioè poter fare del giornalismo, nella Russia di Putin implica invece eroismo, non dicevo dunque qualche cosa di retorico, ma facevo riferimento a una situazione che, come dimostra quanto ci ha raccontato Anna Politkovskaja, costituisce una realtà quotidiana. Si possono mantenere in vita le sempre più rare e sempre più minoritarie voci libere, ma solo a rischio della propria stessa vita.
    E noi in Occidente di questo aspetto tragico della Russia di Putin ci occupiamo pochissimo. E visto che Mantova, durante il festival della letteratura, è uno di quei luoghi dove c’è una grande presenza di giornalisti, spero che il giornalismo italiano, almeno quella parte di giornalismo che è rimasto giornalismo, si impegni ad attivarsi seriamente per difendere la libertà e la vita – perché le due cose ormai vanno insieme – dei pochi, pochissimi veri colleghi giornalisti russi. Spero perciò che quest’incontro serva almeno anche a questo, a far capire che l’attenzione dei media occidentali è uno degli elementi che può dare forza, e voglia di continuare, a chi di coraggio ne ha certamente più che a sufficienza, ma a cui non è giusto chiedere eroismo quotidiano.
    Perché il fatto che ci siano governi nei cui paesi la libertà di espressione è ridotta allo stato miserevole e disperato che ci è stato ricordato, governi che però sono ormai accettati dal consesso internazionale senza più alcuna riserva critica, o addirittura con grande amicizia, come quella del nostro premier, non deve diventare un alibi per abbassare – in nome di un malinteso «realismo» – gli standard con cui si concepisce la libertà dei media. E dunque, pensare che, solo perché la situazione in Occidente (e in Italia) non è drammatica come in Russia, essa sia allora idilliacamente liberale, è miseramente consolatorio.
    Perché non dobbiamo nasconderci come ormai anche in Occidente stia diminuendo la libertà di fatto di cui godono o che esercitano i mezzi di informazione, e di come il conformismo stia facendo passi da gigante. Senza ovviamente fare paralleli con la situazione della Russia di Putin, talmente drammatica che ogni parallelo avrebbe il sapore del cinismo. Ma senza cadere in un altro cinismo, che finisce per utilizzare la drammaticità di quella situazione per spingere ad accettare come normalità liberale ogni standard meno drammatico di quello russo.
    Insomma, se non ci fosse il quotidiano rischio della vita, che nella Russia di Putin per ogni gornalista-giornalista invece c’è, direi che la situazione di uniformità televisiva che Anna Politkovskaja ci ha descritta equivarrebbe a un unico, grande, perenne, Bruno Vespa Show. Questa è la descrizione che ci è stata fatta.
    Ma, appunto, un paragone non possiamo neppure azzardarlo, perché nel conformismo coatto dei media in Russia c’è in più quell’elemento terribile: chi cerca di rompere quel monopolio rischia la vita. E allora l’ultima domanda, prima di dare la parola a voi, è: quali sono i meccanismi attraverso cui Putin riesce a garantirsi comunque un consenso e a polverizzare le opposizioni? E che ruolo gioca in questo la corruzione, che ruolo giocano in questo gli appoggi internazionali, che ruolo gioca in questo la Chiesa ortodossa e come è possibile che un paese dove un terzo dei cittadini vive al di sotto della soglia di povertà, non esprima ancora una opposizione democratica capace di rappresentare un’alternativa?

    Politkovskaja: Non posso rispondere in due parole a una domanda del genere. Posso dire che gli strati più poveri della popolazione nel nostro paese, che sono costituiti da milioni di persone, oggi sono contagiati dal nazionalismo e da idee antidemocratiche. Non credo sia una risposta originale. Ma si tratta di un pericolo autentico. Noi li chiamiamo i «rosso-bruni»: è povera gente che ritiene colpevoli di tutto i «negri» – scusate se uso questo termine – e, naturalmente, come sempre, gli ebrei. È un’idea politica che al momento si sta effettivamente diffondendo, perché la maggior parte dei nuovi russi è costituita da ebrei che, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, sono riusciti a mettere assieme il loro smisurato capitale in tempi prodigiosamente brevi. Poi è cominciata la guerra in Cecenia e, in generale, nel Caucaso, che ha portato a forti sentimenti anticaucasici. Gli abitanti del Caucaso vengono chiamati «i nostri negri». Oggi in provincia gode di estrema popolarità il movimento nazional-bolscevico. La settimana scorsa il leader di uno di questi partiti, lo scrittore Eduard Limonov, ha detto: «A quanto pare il governo vuole un nuovo 1920 come in Germania, e noi glielo daremo». Penso che se in Russia si arriverà a una rivoluzione, non sarà come quella delle rose in Georgia, o come quella dei tulipani in Kirghizistan o come quella arancione in Ucraina: da noi ci sarà una rivoluzione sanguinosa. Già oggi è evidente. Personalmente non nutro speranze, perché vedo come oggi manchino nel movimento democratico leader forti in grado di rivoltare a proprio favore simili stati d’animo. Forse sapete che nel 2003, con l’aiuto della politica di Putin e della corruzione, che naturalmente la sostiene appieno, è salito al potere il partito Russia unita e tutti i partiti democratici sono stati estromessi dalla scena parlamentare. Si è creata una situazione di vuoto politico, che i vecchi democratici (non nel senso dell’età) dei tempi di Eltsin non sono riusciti a occupare unendo le proprie forze, mentre i nuovi leader cominciano a farsi conoscere soltanto adesso. L’unica cosa che posso dire, per non finire con una nota così pessimista, è che naturalmente noi ci proviamo, ma non a sufficienza.

    Flores d’Arcais: Ora c’è spazio per alcune domande, temo solo due o tre, molte meno ahimè di quelle che tutti vorremmo poter fare e delle tante risposte che vorremmo ascoltare.
    Domanda 1: Quali possono essere a questo punto le prospettive per la Russia? Mi riferisco in primo luogo alla possibilità di una rivoluzione che può trovare terreno fertile nell’enorme divario tra ricchi e poveri. E in secondo luogo, mi domando se la seconda linea dell’oligarchia, quella che sta dietro Putin, non potrebbe dimostrarsi in futuro ancora più violenta e autoritaria.
    Domanda 2: Qual è la sua analisi del caso Khodorkovskij? Khodorkovskij è stato il presidente della Jukos ed era legato a Eltsin. Poi è stato condannato, sotto Putin, a 7 anni di carcere. Oggi pare che il dissenso si stia organizzando intorno a lui.
    Domanda 3: Lei sembra dare un giudizio moderatamente positivo del periodo di Eltsin. Ci può dire quali erano, se c’erano, questi aspetti positivi rispetto al successivo periodo di Putin?

    Politkovskaja: Comincio dall’ultima domanda. Non si tratta di dare un giudizio positivo o meno su Eltsin: io sono una giornalista e il mio compito è criticare quanto avviene sia sotto Eltsin che sotto Putin. Non c’è nulla di strano in questo. Però posso dire che, malgrado tutta l’ambiguità della sua figura politica, Eltsin è riuscito a fermare la prima guerra cecena, a fermare lo spargimento di sangue e a salvare la vita a molta gente. Con Eltsin noi lavoravamo in piena libertà, per questo potevamo informare su quanto avveniva in Cecenia durante la guerra e il risultato è che si arrivò alla decisione politica di fermare la guerra. Eltsin stesso capiva che nel paese esistevano milioni di indigenti che andavano sostenuti, e che senza il sostegno dello Stato non potevano fornire un’istruzione ai propri figli o curarsi della propria salute. Oggi, con Putin, di questo ci si è dimenticati. A causa della riforma scolastica da lui introdotta ci sono adolescenti che non hanno frequentato la scuola neppure per un giorno: sono i figli di alcolizzati che non ricevono più sussidi statali per curarsi. E sono le persone che costituiscono la base sociale dell’attuale movimento nazionalista. Ecco qual è il vero risultato della politica antisociale di Putin. Ritengo che la guerra e questa politica antisociale siano i due principali errori commessi da Putin. A volte sento dire che adesso il paese è più sicuro. Non è assolutamente così. La quantità di attentati terroristici verificatesi sotto Putin non ha precedenti nell’epoca di Eltsin. Mi si obietta che lui trattò con Maskhadov e Basaev, però all’epoca non ci furono episodi come Beslan e per me questa è la cosa più importante.
    Per quanto riguarda Khodorkovskij, egli è certamente un oligarca dell’epoca di Eltsin. A un certo punto gli uomini di Putin hanno cominciato a scalzare gli uomini che erano più vicini a Eltsin e ai flussi finanziari dell’epoca. Hanno rimosso Khodorkovskij, che era parte dell’oligarchia eltsiniana, l’hanno posto sotto processo e sbattuto in galera. È stata una mossa giusta, perché subito gli altri oligarchi hanno acconsentito a cedere le proprie aziende o se ne sono andati all’estero. In tal modo gli oligarchi putiniani hanno ottenuto la loro parte, rimanendone molto soddisfatti. Per noi però non è cambiato nulla, il 30 per cento della popolazione è rimasto in condizioni di povertà come lo era prima, ci hanno solo privato dei diritti elettorali e delle conquiste democratiche del periodo eltsiniano. Naturalmente, tra la gente serpeggia il sentimento che Khodorkovskij sia il principale oppositore di Putin e adesso, pur trovandosi in carcere con una condanna a nove anni di reclusione, i suoi sostenitori lo hanno candidato, come consentito dalla legge finché la sentenza non diventerà esecutiva il 14 settembre, a deputato del parlamento essendosi reso libero un posto alla Duma.
    Vengo adesso alla prima domanda. Ritengo piuttosto serio il rischio di una rivoluzione nel nostro paese nel corso del 2006. Durante questo anno ci si attende una modifica della Costituzione che deve consentire a Putin di restare capo dello Stato anche dopo il secondo mandato. In quel momento si sarà senza dubbio rafforzato il fronte civico anti-putiniano, che riunisce i democratici, i comunisti, i nazional-bolscevichi e anche alcuni movimenti molto estremisti. Ma siccome in questo fronte i democratici hanno un ruolo molto piccolo, come ho detto, il rischio di una rivoluzione «rosso-bruna», non democratica, è grande.
    Io ritengo che dopo Putin saranno senz’altro i nazionalisti ad andare al potere. Tuttavia, il successo del nazionalismo è di fatto, e paradossalmente, indotto proprio dall’amministrazione Putin. L’amministrazione non svolge affatto un ruolo di consolidamento della società, ma al contrario alimenta la guerra civile. In agosto, l’amministrazione Putin ha dato vita a un movimento chiamato Nashe (Il nostro). Gli «altri» non sono «dei nostri». Non è un segreto che siano stati invitati a far parte di questo movimento anche organizzazioni di tifosi di calcio in qualità di gruppi d’assalto. A carico di molti di questi facinorosi pendono condanne per rissa, atti di teppismo eccetera. Si tratta di piccoli, e a volte anche grandi delinquenti; di hooligan particolarmente aggressivi. Ora, tutti i procedimenti penali a loro carico sono stati sospesi ed è stato loro promesso che tali rimarranno finché militeranno nel movimento Nashe. Si tratta di un fatto catastrofico, perché questi tifosi scalmanati, che adesso sono diventati «nostri», sono continuamente coinvolti in risse, e non in risse innocue da adolescenti, ma in risse dalle pesanti conseguenze, con teste rotte, braccia e gambe fratturate e così via. Le vittime sono appositamente scelte tra coloro che aderiscono al fronte contro Putin. È una politica molto vile, perché può portare direttamente a una rivoluzione. Personalmente sono contraria alla rivoluzione. Penso che la Russia ne abbia avuto abbastanza e credo che il nostro compito adesso sia, finalmente, quello di perseguire solo la legalità. È di fondamentale importanza per la nostra società imparare a vivere nel rispetto della legge, sconfiggere in tal modo la povertà, la corruzione e il nazionalismo. È l’unica strada da seguire, affinché anche i nostri figli e nipoti possano vivere decentemente come nel resto d’Europa. Putin è stagnazione, un’evidente stagnazione, ma il nazionalismo è la Germania nazista.

    Flores d’Arcais: Poiché grandissima parte del pubblico rimane, malgrado l’ora tarda, darei spazio ancora a due domande, e a un’ultima risposta di Anna Politkovskaja e poi qualcuno magari vorrà far firmare qualche copia del suo libro. Stiamo sfondando gli orari però spero, visto l’interesse, che gli organizzatori mi perdoneranno se do al pubblico la parola per altre due domande.
    Domanda 4: Il lavoro d’inchiesta portato avanti da lei e dal suo giornale che tipo di reazioni suscita nei lettori, nella gente comune e soprattutto nei giovani?
    Domanda 5: Volevo chiederle se ci può illustrare il fenomeno del «russismo», cioè di quella sorta di razzismo che si sta diffondendo in Russia nei confronti degli immigrati dai paesi vicini?
    Flores d’Arcais: Vi ringrazio tutti, mi scuso con i tantissimi che vorrebbero fare ancora domande ma abbiamo già largamente sforato i tempi, e quindi do la parola ad Anna Politkovskaja per le ultime risposte.

    Politkovskaja: Il nostro paese è enorme, pertanto non posso dire che tutto il paese reagisca bene alle cose che scrivo. So solo che ricevo lettere con richieste di aiuto, che mi sollecitano a scrivere di vicende personali terribili che avvengono un po’ dappertutto. Penso che la ragione di ciò non sia in un particolare affetto nei miei confronti, ma nel fatto che oggi la gente non si sente difesa dalla giustizia. I tribunali sono corrotti, non ci si può rivolgere ai mass media ufficiali, alla maggior parte dei quali è vietato parlare di certe cose. Per questo si rivolgono a me e al nostro giornale. Sanno che siamo più aperti e coraggiosi di altri.
    Quanto al fenomeno che lei ha definito «russismo», senza dubbio è forte il razzismo nei confronti di coloro che arrivano da altri paesi, particolarmente dai paesi dell’Asia centrale. Ed è forte non solo a Mosca o a San Pietroburgo, ma anche in città molto piccole. Io ho scritto di numerosi casi in cui degli adolescenti hanno ucciso dei loro coetanei proprio in piccole città. A Mosca e San Pietroburgo, almeno, simili casi approdano in tribunale; nel resto di questo sterminato paese questo, invece, non succede facilmente. Si tratta in effetti di un nazionalismo molto strano perché non è raro che ne siano vittime addirittura persone etnicamente russe. È il caso di quelle persone che, per esempio, lasciano le zone Caucaso, dove oggi, non senza sforzi del potere, si stanno creando delle repubbliche e dei territori di fatto monoetnici in cui ai russi è assai difficile vivere, e che perciò si trasferiscono in regioni e città russe. Un esempio è la stessa Cecenia o il Daghestan. Ora, le discriminazioni nazionalistiche riguardano appunto anche questi «russi impuri», malgrado siano completamente russi. Penso che le vere cause di ciò siano sempre le stesse: la povertà contro la quale non si riesce a far nulla, la corruzione che non consente alla povera gente, indipendentemente da dove proviene, di regolarizzare la propria posizione, perché la politica delle autorità consente la regolarizzazione solo a chi ha denaro, e chi non ha soldi diventa clandestino, infine la nascita di una forte delinquenza minorile, nazionalista e ignorante.

    Flores d’Arcais: C’è un motivo speciale per cui io vorrei ringraziare Anna Politkovskaja per l’incontro di questa sera.
    Anna Politkovskaja non ha cercato di indorare la pillola, non ha cercato di concludere su note di speranza. Ha voluto raccontarci in modo sobrio e analitico la realtà del suo paese. E soprattutto non ha voluto in nessun modo fare appello a responsabilità altrui, le nostre, di occidentali, che pure ci sono, nell’ascesa e nel rafforzamento di Putin. Anna Politkovskaja ha sempre fatto riferimento, per i democratici russi, alle loro debolezze, alla circostanza che fanno qualcosa ma non fanno abbastanza. Ecco, questo atteggiamento di voler contare sulle proprie forze e di assumersi fino in fondo tutte le proprie responsabilità è qualcosa di straordinariamente raro.
    Da noi, sempre di più, si cerca, per i problemi che ci sono, di addossare la responsabilità a qualcun altro. Quindi per questo atteggiamento fuori del comune, dunque in senso tecnico straordinario, oltre che per tutto il resto, ringrazio Anna Politkovskaja.
    E però se anche Anna non ha chiamato in causa le nostre responsabilità, noi non possiamo nascondercele. Nel regime antidemocratico di Putin c’è anche una nostra responsabilità. Nella disattenzione per le violazioni continue della legalità e delle libertà in Russia c’è anche una nostra responsabilità. Perché tutti noi sappiamo che, esattamente come ha contato l’atteggiamento della stampa occidentale, e dei governi, e degli intellettuali occidentali, all’epoca di Brezˇnev, per difendere i dissidenti dell’Urss, allo stesso modo governi, media, intellettuali, possono influire, tanto più in un’epoca globalizzata, per sostenere chi nella Russia di Putin difende i residui di libertà. Sono essi i nuovi dissidenti.
    E quindi dobbiamo sentire come nostro compito, l’impegno per i diritti di questi nuovi dissidenti, perché la libertà e la democrazia non sono, non sono mai stati, e oggi meno che mai sono, una questione meramente nazionale. Costituiscono invece una questione globale. Se libertà e democrazia si rafforzano da una parte, si rafforzano in tutto il mondo. Se si indeboliscono da una parte, si indeboliscono in tutto il mondo. Quindi io spero di poter parlare a nome di tutti i presenti e, nel ringraziare Anna Politkovskaja per questo incontro, di poterla assicurare che anche noi ci impegneremo per una libertà e una democrazia, quella della Russia, che ci riguarda tutti. Grazie ancora.

    Fonte:Micromega

    (traduzione di Flavia Sigona e cura di Giovanni Perazzoli)

  26. 25 ottobre:Giornata dello sbattezzo

    “Suoi sudditi, perché battezzati”. Con queste parole, il 25 ottobre 1958, la Corte d’appello di Firenze assolveva il vescovo di Prato, che aveva denigrato pubblicamente due giovani, da poco sposati civilmente.
    Il 25 ottobre 2008, a cinquant’anni di distanza, l’UAAR organizza una Giornata dello sbattezzo. ‘Sbattezzo’ significa cancellazione degli effetti civili del battesimo, ossia l’elementare diritto, stabilito da un provvedimento del Garante per la privacy, di non essere più considerati dallo Stato come “sudditi” della Chiesa, “obbedienti” e “sottomessi” alle gerarchie ecclesiastiche.
    Le ragioni per uscire dalla Chiesa Cattolica possono essere diverse: coerenza con i propri principi, protesta perchè discriminati in quanto gay, donne o ricercatori, rivendicazione della propria identità di ateo o agnostico. Oppure la semplice onestà intellettuale di dire “non sono più dei vostri”.
    L’UAAR non organizza controriti vendicativi, ma invita coloro che non sono più cattolici a esercitare questo diritto: sappiamo che già alcune migliaia di cittadini lo hanno fatto, ma riteniamo che se coloro che non hanno ancora formalmente abbandonato la Chiesa cattolica lo faranno in una sola occasione, l’impatto della loro decisione sarà sicuramente amplificato.
    Ci sono due modi per partecipare alla giornata dello sbattezzo:
    1.
    Attraverso i circoli/referenti UAAR di Ancona, Bergamo, Genova, Lecce, Modena, Pescara, Ravenna, Rimini, Siena, Trento, Venezia, Verona, Vicenza, e inoltre quelli di Bologna, Cagliari, Milano, Napoli, Padova, Roma, Torino e Verbania, Treviso, che hanno pubblicato specifiche pagine internet dedicate all’evento. Le modalità variano da provincia a provincia, per cui è indispensabile contattare direttamente i relativi responsabili.
    2.
    Chi risiede in un provincia diversa da quelle di cui sopra, o chi risiede in una di queste province ma vuole sbattezzarsi individualmente, deve scaricarsi il modulo pubblicato sul nostro sito alla pagina http://www.uaar.it/laicita/sbattezzo/sbattezzo-modulo-per-parroco.rtf, compilarlo, fare una fotocopia della propria carta d’identità e inviare il tutto alla propria parrocchia di battesimo con raccomandata a.r. il 25 ottobre (o nei giorni precedenti, se quel giorno non può). Occorre poi inviare (molto meglio se prima del 25 ottobre) una e-mail a segretario@uaar.it confermando l’adesione all’iniziativa: segretario@uaar.it risponderà confermando di aver conteggiato il richiedente nell’elenco (in modo assolutamente anonima e confidenziale).
    La stessa e-mail può essere contattata per i casi controversi.
    Il dato pubblico degli sbattezzandi è e sarà formato, oltre che da chi si sbattezzerà tramite i circoli, solo da chi ha ricevuto o riceverà l’e-mail con la conferma dell’inserimento nel conteggio. Non vogliamo presentare elaborazioni statistiche inverosimili come quelle della Chiesa cattolica.

    La giornata dello sbattezzo verrà presentata alla stampa e all’opinione pubblica venerdì 24 ottobre, ore 18, presso la Libreria Bibli (via dei Fienaroli 28, Trastevere, Roma). In tale occasione verrà anche presentato in anteprima il libro Uscire dal gregge. Storie di conversioni, battesimi, apostasie e sbattezzi, scritto da Raffaele Carcano (segretario UAAR) e Adele Orioli (responsabile iniziative giuridiche UAAR).

    Cogliamo l’occasione per invitare tutti coloro che intendono partecipare all’iniziativa autonomamente, senza far riferimento ai circoli/referenti locali UAAR, a inviare una e-mail a segretario@uaar.it confermando esplicitamente l’intenzione di inviare la richiesta di sbattezzo il 25 ottobre. Solo così si sarà ‘conteggiati’ e si potrà dunque contribuire alla riuscita dell’iniziativa. L’informazione fornita sarà ovviamente trattata in forma rigorosamente anonima.

    Fonte: UAAR (www.uaar.it)

  27. Spettacolo-concerto “da Noi Uomini” – 25 ott. Roma

    Da wehaveadream:

    L’associazione di volontariato ONLUS we have a dream presenta “da Noi Uomini”, spettacolo-concerto di Enrico Petronio, che si terrà a Roma il 25 ottobre 2008 alle ore20:00, presso il Teatro Orione, Via Tortona n°7.

    Su una scena moderna, un palco nero, davanti a un piccolo ensemble di giovani musicisti, con pochi oggetti scenici,Enrico Petronio dà vita ad alcuni dei più grandi e famosi personaggi femminili del teatro di tutti i tempi. Prendono dunque forma il dramma della maternità, di un amore mancato, di un pensiero, sempre attraverso parole femminili, impersonate da un uomo che resta uomo, ma che si
    cala in queste donne ed indaga, per capire a fondo, forse per migliorare, per dar voce ai torti e ai sentimenti. I grandi personaggi classici, da Yerma di Garcia Lorca a la Strega di Ingmar Bergman, sono cadenzati dalle note del gruppo musicale “Effetto Notte”: canzoni moderne,italiane o straniere, brani il cui titolo è ancora una volta un nome di donna, dunque un’altra storia, un altroracconto.

    La serata sarà un’occasione per riflettere sui diritti delle donne attraverso gli interventi di Elena Liotta, psicoterapeuta e scrittrice, e di Nella Condorelli, giornalista professionista e scrittrice e la diffusione del materiale informativo di we have a dream. Nel foyer del teatro sarà allestita una mostra di vignette su alcuni aspetti della odierna condizione femminile, gentilmente concesse dalle vignettiste Anna Barazzetti e Simona Bassano Di Tufillo, autrice del libro Burka! disponibile presso il tavolo informativo.

    Il ricavato della serata servirà a sostenere le attività di volontariato dell’Associazione, finalizzate alla realizzazione di campagne informative e di sensibilizzazione. I biglietti dello spettacolo sono disponibili a fronte di un contributo di 13 euro ciascuno.

    Prenotando i biglietti direttamente on-line sul sito http://www.wehaveadream.info ed effettuando il pagamento tramite bollettino postale o bonifico bancario sarà possibile detrarre dalle tasse l’intero importo equivalente al contributo versato per i biglietti richiesti.

    Nel caso di pagamento in contanti, è possibile richiedere la consegna a domicilio dei biglietti, a fronte di un contributo aggiuntivo di 2 euro per le spese di consegna. Promozione 5×6: ogni 5 biglietti richiesti, ne sarà regalato 1 in OMAGGIO. Promozione SCUOLE: con l’intento di coinvolgere i giovani in questa iniziativa, we have a dream propone una promozione specifica per le scuole.

    Per informazioni, i biglietti dello spettacolo e le promozioni:

    cell. 331-5609908

    associazione@wehaveadream.info
    http://www.wehaveadream.info

    Se volete aiutarci a diffondere la notizia dell’iniziativa, inoltrate questo comunicato alle persone che conoscete e che pensate che possano essere interessate, oppure stampate il volantino allegato e distribuitelo.
    Grazie da “we have a dream”.

  28. 17 ottobre 2008, in Marco Travaglio
    Yoko Onan

    Ora d’aria
    l’Unità, 17 ottobre 2008

    Mi scuso per l’intrusione, ma siccome sono diventato il condannato più famoso d’Italia, vorrei dire qualcosa anch’io sulla sentenza della giudice Di Gioia che, in primo grado, ha ritenuto diffamatorio per Cesare Previti un mio pezzo pubblicato nel 2002 sull’Espresso, in cui Previti era citato in mezza riga. Anzi, non sulla sentenza, che non c’è ancora (verrà depositata tra 60 giorni) e che comunque, più che commentata, andrà appellata nella speranza che sei occhi in Corte d’appello vedano meglio dei due del giudice monocratico. Vorrei dire qualcosa su tutto ciò che l’ha accompagnata. Perché, come sono certo di non aver diffamato nessuno, men che meno Previti (reato impossibile), non sono altrettanto sicuro che le cronache dedicate alla sentenza, a reti ed edicole unificate, non siano diffamatorie.

    Cito dal Tg1, che di solito non dà notizia delle condanne non solo dei giornalisti, ma nemmeno dei ministri, parlamentari, banchieri, imprenditori, e gabella le prescrizioni di Berlusconi e Andreotti per assoluzioni, ma ha riscoperto i piaceri della cronaca giudiziaria giusto in tempo per me: “Marco Travaglio è stato condannato a 8 mesi di reclusione, pena sospesa, per aver diffamato l’ex deputato Previti. Il processo, celebrato a Roma, riguardava un servizio sull’Espresso… Travaglio dovrà risarcire Previti con 20 mila euro”. Manca solo un piccolo dettaglio: la sentenza è di primo grado. Avesse riguardato chiunque altro, i Raiotti avrebbero precisato che verrà appellata e dato la parola all’imputato per dire che nessuno è colpevole fino a condanna definitiva. Non ho avuto questa fortuna. Così il Tg1, informando sulla mia presunta diffamazione, è riuscito a diffamare me. Complimenti e grazie. Ora attendo che il Tg1 fornisca alla Nazione tutta i nomi dei suoi giornalisti condannati negli ultimi anni, in primo, secondo, o eventualmente terzo grado. Così come mi auguro che tutti i giornali che ieri han voluto dedicarmi tanto spazio, spalanchino gli archivi e facciano altrettanto. Ci sarà da divertirsi.

    Casomai la cosa potesse interessare, il sottoscritto è giunto all’età di 44 anni con la fedina penale immacolata: sul mio Casellario giudiziale c’è scritto “Nulla”. Il che naturalmente non significa che tutti i condannati definitivi per diffamazione siano dei diffamatori: questo genere di processi, per chi fa cronaca giudiziaria, sono incidenti di percorso quasi inevitabili anche per chi non sbaglia (e prima o poi sbagliamo tutti). Perché esistono tre tipi di diffamazione: quella di chi esprime opinioni critiche, ritenute dal giudice eccessive; quello di chi scrive fatti falsi; quello di chi scrive fatti veri, ma inseriti in un contesto negativo che il giudice, nella sua discrezionalità, ritiene diffamatori. Ora, quel che ho scritto sull’Espresso è vero: ho citato il verbale del colonnello del Ros Michele Riccio, che parlava (lui, non io, diversamente da quanto scritto dall’Unità) della presenza di Previti nello studio Taormina mentre si teneva una riunione per discutere certe faccende riguardanti Dell’Utri, senz’attribuire a Previti alcun ruolo nella riunione.
    Dunque penso che la mia sentenza riguardi il reato del terzo tipo. Càpita, viste la genericità del reato di diffamazione e la carenza di cultura liberale nella giurisprudenza italiana, diversamente da quella europea (vedi sentenze della Corte di Strasburgo) e americana (il I emendamento taglia la testa al toro).

    Non è stato sempre così: negli anni 80, Indro Montanelli fu condannato per diffamazione nei confronti di Ciriaco De Mita: un milione di lire di multa per avergli dato del padrino. Montanelli si appuntò al petto la condanna come una medaglia. L’altro giorno il pm aveva chiesto per me una multa di 500 euro. Il giudice l’ha ridotta a 100 e ci ha aggiunto, bontà sua, 8 mesi di reclusione. La pena media dell’omicidio colposo; la metà della pena inflitta a Previti per aver comprato il giudice del caso Mondadori; 3 mesi in meno degli anni affibbiati a Cesare Romiti per 100 miliardi di lire di falsi in bilancio Fiat (prima che il reato fosse depenalizzato); 2 mesi in più della pena patteggiata da Renato Farina per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar.

    A proposito dell’on. Farina, alias agente Betulla: ieri su Libero, sotto il titolo “La banda Santoro – Anche Travaglio finisce tra i pregiudicati”, definisce “barbarie” la pena detentiva, ma poi mi rinfaccia di aver ricordato le condanne per diffamazione di Lino Jannuzzi. E scrive che usufruirò dell’indulto. Dunque “chi di spada ferisce…”. Ma non sa quel che dice. Dell’indulto ha usufruito lui, visto che la sua pena patteggiata è definitiva. La mia è un primo grado (dunque pregiudicato lo dica a se stesso) e conto di farla cancellare nei gradi successivi: forse Betulla non sa che l’indulto si applica solo alle pene irrevocabili. Quanto a Jannuzzi, a parte il fatto che le sue condanne si riferiscono a notizie false (tipo i complotti delle toghe rosse contro Berlusconi e Andreotti “poi assolti”), ne ho parlato perché Jannuzzi è stato a lungo parlamentare (infatti ha avuto prontamente la grazia). Le condanne dei giornalisti sono fatti loro, quelle dei parlamentari sono fatti nostri. Sottili distinzioni ignorate anche dal biondo mèchato del Giornale, che ha sbattuto la mia sentenza in prima pagina, dopo aver nascosto le sue (una caterva di processi persi, con abbondanti risarcimenti dei danni ai pm di Mani Pulite per la balle diffamatorie che lui rovescia loro addosso da una vita). Il pover’ometto farnetica di “pregiudicato”, “indulto”, “prescrizione” e s’interessa appassionatamente alle mie ferie. Lui che era di casa ad Hammamet ai piedi di un celebre latitante pluripregiudicato e pluricorrotto, di cui è vedovo inconsolabile. Ecco, nemmeno Vallanzasca potrebbe mai accettare lezioni dalla Yoko Ono di Craxi.

  29. Ore 20.30. Appena rientrata a casa dopo una estenuante giornata lavorativa ma…mi sento di scrivere.
    Sono una maestra.
    Sottopagata, in nero, non di ruolo, lavoratrice in scuole private con negrieri al posto di dirigenti.
    Ma sono una maestra.
    Il 14 ottobre in qualità di maestra e di essere umano mi sono sentita morire. Voi tutti immagino sappiate perchè. Mercoledì, la Camera dei deputati ha approvato la separazione tra bambini immigrati e scolari italiani. Adesso i bambini stranieri dovranno imparare l’italiano separatamente e imprimersi bene “il rispetto per tradizioni locali e territoriali” nonché studiare la “ diversità morale e la cultura religiosa del Paese ospitante”.
    Le classi separate per bambini stranieri è un qualcosa che riguarda il mio prossimo futuro o forse no dal momento che mi occupo di bambini molto piccoli, quindi credo che almeno li’ l’impronta del razzismo non sia ancora giunta.
    Le cacche dei bambini sono tutte uguali per fortuna.E’ quando i cuccioli d’uomo iniziano a parlare che, evidentemente, ad alcuni signori sorgono dei problemi.
    Il gravoso compito toccherà dunque alle colleghe che si occupano della scuola primaria e che non invidio di certo. Io sono scandalizzata non solo in qualità di insegnante, ma in qualità di cittadina di uno stato che si definisce democratico, ed in quanto appartenente al genere umano che suole orgogliosamente definirsi il genere superiore del mondo animale.
    Tornare alla discriminzione dei luoghi non è essere superiori. E’ essere imbecilli. E non è di imbecillagine che voglio parlare ma di squallore e schifo che credo siano i sintomi più comuni che ognuno di noi ha provato dopo la notizia delle impronte digitali ai bambini rom e dopo QUESTA notizia, a mio avviso ancor più grave.
    Le impronte digitali si potevano forse giustificare come un atto di “riconoscimento”, una pseudo “carta di identità”, per bambini che altrimenti sarebbero rimasti anonimi. Ovviamente sappiamo tutti che non è cosi’, ma faciamo finta. Per buona pace della coscienza.
    Questa cosa invece è ingiustificabile. Raccapriccainte. Paurosa. Settant’anni fà le classi italiane sono state spettatrici di un tipo di “separazione” che l’Italia ha promesso alle sue generazioni di non dimenticare mai più.
    Sono una mestra. A questo punto non so per quanto.

  30. sembra incredibile,ma purtroppo queste sono” prove di fascismo ”
    e poi qualcuno l’ha sentita sui tg sta cosa?
    almeno se ne vergognano ste schifezze che avete legittimato con il vostro voto,contrario o a favore che fosse.
    ciao

  31. Si dice “Classi ponte”, leggasi “Classi ghetto”
    da Famiglia Cristiana

    Per il ministro Gelmini le “classi di inserimento” per bambini immigrati «non sono un problema di razzismo, ma un problema didattico». Per Alessandra Mussolini, presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia, sono «un provvedimento di stampo razzista».

    La Lega cavalca l’onda e va all’arrembaggio dell’immigrato. La “fantasia padana” non ha più limiti, né pudore. Prima le impronte ai rom, poi il permesso a punti e i 200 euro per il rinnovo, poi l’impedimento dei ricongiungimenti familiari, e ora una mozione, avanzata a sera tardi in Parlamento, per le classi differenziali, col pretesto di insegnare l’italiano agli stranieri. Il problema dell’inserimento degli stranieri a scuola è reale, ma le risposte sono “criptorazziste”, non di integrazione.

    Chi pensa a uno “sviluppo separato” in Italia, sappia che quel concetto in altra lingua si chiama “apartheid”, andata in scena in Sudafrica per molti anni: autobus, cinema e scuole separati. L’onorevole Casini ha parlato di proposta vergognosa: «Di questo passo, andrà a finire che ai bambini delle classi separate cuciranno sul vestito la lettera “i” come immigrato». E il Secolo d’Italia, quotidiano di An, nel tentativo di frenare la Lega, ha scritto: “Scordatevi l’apartheid”.

    La questione dell’italiano è solo una scusa. Tutti sanno che le cosiddette “classi di inserimento” non sono efficaci. I risultati migliori si ottengono con classi ordinarie e con ore settimanali di insegnamento della lingua. In Italia questo, in parte, avviene. Lo prevedono le “Linee guida” (2006) dell’allora ministro Moratti per l’accoglienza degli alunni immigrati, approvate anche dalla Lega. C’è un progetto che prevede un finanziamento di 5 milioni di euro per insegnare tre diversi livelli di lingua italiana. Il Governo potrebbe rispolverarlo e far cadere (per amor di patria) la prima “mozione razziale” approvata dal Parlamento italiano. Oppure, guardare a esperienze come a Firenze dove un pulmino passa a prendere i bambini stranieri a scuola, li porta ai corsi d’italiano e poi li riporta in classe.

    La mozione, poi, va letta fino in fondo. Prevede che i bambini immigrati, oltre alla lingua italiana, debbano apprendere il «rispetto di tradizioni territoriali e regionali», della «diversità morale e della cultura religiosa del Paese accogliente», il «sostegno alla vita democratica» e la «comprensione dei diritti e dei doveri». Qualcuno sa dire come spiegarlo a un bambino di 5-6 anni, che deve ancora apprendere l’italiano?

    Se l’integrazione è un bene (tutti la vogliono), dev’essere interattiva. E allora, perché non insegniamo agli alunni italiani il rispetto delle “tradizioni territoriali e regionali” degli immigrati? Ha detto bene il cardinale Scola: «I buoni educatori devono saper favorire l’integrazione tra le culture, che è una ricchezza per tutti». Il rischio, altrimenti, è una società spaccata in due, di cui una con meno diritti dell’altra.

    Alle difficoltà reali si risponde con proposte adeguate, come s’è fatto col maestro di sostegno. In Italia non abbiamo più classi speciali per portatori di handicap, ci sono scuole dove sordi e muti stanno insieme a chi parla e sente. La mozione approvata dal Parlamento fa scivolare pericolosamente la scuola verso la segregazione e la discriminazione. Si dice “classi ponte”, ma si legge “classi ghetto”.

    Negli anni Sessanta, quando bambini napoletani, calabresi o siciliani andavano a scuola a Novara, nessuno s’è sognato di metterli in una “classe differenziale” perché imparassero italiano, usi e tradizioni del Nord, né di far loro dei test d’ingresso. Perché ora ci pensa il novarese Cota?

    (23 ottobre 2008)

  32. Ragazziscusate, qualcuno sà per caso domani la manifestazione a che ora parte e da dove? Grazie!

  33. margherita,ary dice che ti devi registrare su wordpress e poi contattarla che ti abilita
    ciao

  34. ciao ragazzi..avrei bisogno con urgenza del numero di carole o arianna.Mi si è rotto il telefonino e ho perso tutti inumeri che avevo. Carole, arianna, quando potete contattatemi sul mio cel, un bacione

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